Novembre 2009: esce per i tipi di Quarup il mio primo romanzo, "Santi, negri e scarafaggi".
Cos'è? di cosa parla?
Riassumendo:
c’è un ragazzo senza nome che si aggira fra i mattoni d’Inghilterra, da Londra fino a una piccola enclave italiana in North Yorkshire. 
Un protagonista per finta, una videocamera blesa, un batterio a dieci/decimi di vista, che presta la sua voce a personaggi marginali e malinconici, schizzati brutalmente da uno sguardo che non vuole trattenersi su nessun particolare. "Santi, negri e scarafaggi" non è altro che un’apnea verso un fondale limaccioso. È un racconto senza storia, una sorta di giostra di corpi penosi, un romanzo che taglia attraverso istantanee ansimanti uno squarcio di vita di un secolo appena iniziato.
In sidebar, sulla destra, trovate informazioni, retroscena, interviste, commenti dei lettori e sito web dell'Editore. 
Di seguito invece, l'intervista di Milena Mariano, pubblicata già su What's Up! Magazine; questa è la versione integrale.

Giovanni Fantasia, giovane e promettente autore sassolese, con all’attivo racconti e libri di poesie, esordisce con il suo secondo (il primo lo ha "prudentemente cestinato") romanzo. Anzi, antiromanzo.. ovvero?

Diciamo pure ch’ero in gravidanza. Stavo nutrendo un romanzo. O meglio: assorbivo lentamente questi appunti, e lentamente masticavo i personaggi e gli episodi che volevo raccontare. Mentre nutrivo il romanzo, però, mi sentivo scalpitare nella pancia un figlioletto un po’ diverso. Dopo molte gestazioni ho partorito Santi, negri e scarafaggi. Tracce, più che trame; tagli bruschi, quasi come in un montaggio ancora grezzo; narrazione spezzettata, per istantanee; ritmo poetico, biblico a tratti, con quell’incedere di "e" (…E lungo i muri e sul mobilio, e pure sulle suppellettili, i colori smoccolati che hanno i localini affranti del dopolavoro, e l’odore di birra, ovviamente, e qualche sguardo azzurro impolverato…) Quindi, se Santi, negri e scarafaggi non è esattamente un romanzo, può essere liberamente un antiromanzo. O un breve romanzo di decostruzione. Più semplicemente, mi sembrava poco logico inseguire la struttura (spesso troppo calibrata) del romanzo, soprattutto in relazione a ciò che avevo. Perché avevo fisse in mente certe luci, e certe sequenze brutali, e non le volevo addolcire. Santi, negri e scarafaggi va ingoiato. E digerito così com’è. In questo senso è molto più vicino alla poesia che alla narrazione vera e propria.


Redo, Josi, Maddalena, Piezo, Ada... caratteri, accenti e connotati espressi in un flusso fitto fitto non di pensieri, ma di personaggi che si muovono alienati in un contesto degradante e cupo. Dove la bellezza, qualora ci fosse, non potrebbe essere colta...

La bellezza forse è fuori dalla porta. Purtroppo nessuno le apre (tranne forse il narratore, che però non sa dosarla). E lei rimane lì sul pianerottolo, in silenzio. Siamo in Inghilterra. C’è freddo. Siamo in un punto del mondo in cui molti ragazzi si incrociano senza sfiorarsi, dove il sogno dell’Europa Unita, e il sogno della felicità, finiscono subito sotto le scarpe, dove un’insegna o un lampione risaltano più di un’idea. Se – come nel mio caso – la narrazione non è fisiologica ma spezzettata, interrotta, si ottiene un effetto di taglio continuo. Immagina una videocamera di narrazione: immagina di accenderla e di spegnerla più volte, come per prova, senza premeditazione. Così ti accorgerai di aver filmato istanti brutti, normalmente da tagliare.
In Santi, negri e scarafaggi, senza premeditazione, compaiono insomma parecchi residui di registrazione.

Il minimo comun denominatore dei “Santi” e dei “negri” è la condizione di emigrante, condivisa anche dall’io narrante. Ma a differenza dello stereotipo di “esule”, nessuno dei personaggi conserva quell’ attaccamento quasi sacrale alla terra natia, alla famiglia d’origine. Perché?

Perché i personaggi, tutti indistintamente, non esistono al di fuori degli istanti di registrazione. Il narratore talvolta ci dà qualche indizio; poi si rimangia l’indizio e ritorna su un certo individuo, su un gesto apparentemente comune, compiuto però sotto luci ammezzate, o di nuovo brutali, quasi da autopsia. La migrazione è perenne, inutile e perenne. Per quanto un personaggio resti immobile, fisicamente o caratterialmente, comunica sempre e comunque un sentore di cosa-che-passa. Di Ada, ad esempio, sappiamo qualcosa, e quel qualcosa certamente ci indirizza verso l’Ada del presente, del registrato. Poi – guarda caso – ecco comparire una cesura molto netta: Ada torna sì a casa dei suoi genitori, in Polonia, ma subito rigetta tutto quanto. E Redo, Redentore Valerio, è costretto addirittura a vomitare, ogni qualvolta si sente schiacciato dalla migrazione più grande, l’infelicità. Ogni personaggio, a suo modo, rimane al di fuori della concezione di comunità. Ognuno vive in un vagone al piombo. Mentre il vagone di muove, chissà verso dove, il personaggio apre una botola, e per un momento contempla i binari. Senza capire né dove si trova né dove potrebbe fermarsi.